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La tua azienda non si ferma.

Piani di continuità operativa e disaster recovery per garantire che il business vada avanti anche negli imprevisti.

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Il disaster recovery è tecnico: rimettere in piedi i sistemi. La business continuity è una domanda di business: come fa l'azienda a lavorare mentre i sistemi non ci sono. Rispondere prima, per iscritto, è ciò che distingue un'azienda preparata da una che spera vada tutto bene.

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Non è solo un problema informatico

Un piano di continuità che parla solo di server è un piano incompleto. Le cose che fermano un'azienda sono più varie di quanto si immagini: un allagamento che rende inagibile la sede, uno sciopero o un'emergenza sanitaria che tiene a casa metà del personale, un fornitore unico che smette di consegnare, la connettività interrotta da uno scavo in strada, un incendio nel capannone accanto. La domanda giusta non è «come ripristiniamo i sistemi», ma «come continuiamo a evadere gli ordini, fatturare e rispondere ai clienti mentre risolviamo». Le due risposte si intrecciano, ma non coincidono.

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Si parte dai processi, non dalle macchine

L'analisi di impatto è la parte meno tecnica e più utile del lavoro: si mettono in fila i processi aziendali e per ciascuno si stabilisce quanto può restare fermo prima che il danno diventi grave. Emergono quasi sempre due sorprese. La prima: alcune cose considerate critiche possono in realtà aspettare due giorni senza conseguenze. La seconda: qualcosa di apparentemente banale — l'accesso al portale delle spedizioni, il PC che pilota una macchina, la casella condivisa degli ordini — blocca l'intera catena. La priorità di ripristino esce da qui, non dall'organigramma.

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Cosa contiene un piano che funziona

Deve essere breve, aggiornato e utilizzabile da chi è in azienda quel giorno, non dall'esperto che è in ferie.

  • Elenco dei processi critici con il tempo massimo di fermo tollerabile
  • Priorità e sequenza di ripristino dei sistemi che li sostengono
  • Ruoli e sostituti: chi decide, chi esegue, chi comunica — con i nomi
  • Contatti utili raggiungibili anche a rete ferma: fornitori, connettività, assicurazione
  • Procedure di lavoro alternative per i primi giorni, anche su carta
  • Regole di comunicazione verso dipendenti, clienti e, se dovuto, verso le autorità
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Il piano che nessuno ha mai provato non è un piano

È il punto in cui quasi tutte le organizzazioni si fermano: il documento esiste, è stato approvato, è in una cartella. Poi si scopre che è aggiornato al 2022, che due dei tre numeri di telefono non rispondono più, che la persona indicata come responsabile non lavora più qui e che il piano è salvato sul server che nell'ipotesi è spento. Le prove servono a questo. Ne facciamo di due tipi: una simulazione a tavolino, un paio d'ore in riunione ragionando su uno scenario concreto, e una prova tecnica di ripristino su ambiente separato. Entrambe producono un verbale con le cose da correggere.

Prova a tavolino, dieci minuti: se stamattina la sede fosse inagibile, chi avvisa i clienti e da quale indirizzo scrive?

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Ridondanza: dove serve davvero

Duplicare tutto è insostenibile, e nemmeno necessario. La ridondanza si mette dove il tempo di fermo tollerabile è più corto del tempo di riparazione: tipicamente la connettività, con una seconda linea di tecnologia diversa e commutazione automatica; l'alimentazione, con gruppi di continuità dimensionati per uno spegnimento ordinato e non per lavorare al buio; i sistemi che sostengono i processi in cima alla lista. Su tutto il resto è più efficiente investire in un ripristino rapido e ben provato che in un doppione fermo che costa ogni mese.

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Un obbligo, oltre che una buona idea

Per le aziende nel perimetro del D.Lgs. 138/2024 la continuità operativa non è facoltativa: l'articolo 21 la elenca esplicitamente tra le misure minime, insieme a backup, disaster recovery e gestione delle crisi, e chiede di poterlo dimostrare con evidenze documentali. Il piano, i verbali delle prove e gli esiti dei test di ripristino sono esattamente quelle evidenze. Chi lavora nella catena di fornitura di un soggetto obbligato se lo vedrà chiedere per contratto, spesso con un questionario da compilare.

FAQ

Domande frequenti

Che differenza c'è tra business continuity e disaster recovery?

Il disaster recovery è la parte tecnica: ripristinare sistemi e dati dopo un incidente. La business continuity è più ampia e riguarda come l'azienda continua a operare durante l'emergenza, comprese persone, processi, sedi alternative e comunicazione. Il DR è uno dei componenti del piano di continuità.

Da dove si comincia?

Dall'analisi di impatto: individuare i processi critici e stabilire per ciascuno quanto tempo di fermo è tollerabile. È un lavoro che si fa con te e con i responsabili delle funzioni, non con i tecnici, e da lì discendono tutte le scelte tecnologiche.

Serve anche a un'azienda piccola?

Sì, in forma proporzionata. Una realtà da quindici persone non ha bisogno di un manuale di cento pagine, ma di sapere quali sono le tre cose che non possono fermarsi, chi fa cosa in emergenza e dove sono i contatti utili. Bastano poche pagine, aggiornate.

Ogni quanto va aggiornato il piano?

Almeno una volta all'anno e comunque a ogni cambiamento rilevante: nuova sede, nuovo gestionale, cambio di fornitori critici, riorganizzazione del personale. Un piano con contatti e ruoli obsoleti è peggio di nessun piano, perché dà una falsa sicurezza.

Come si testa un piano di continuità?

Con due modalità complementari: la simulazione a tavolino, un paio d'ore ragionando su uno scenario concreto con le persone coinvolte, e la prova tecnica di ripristino su un ambiente separato. Entrambe producono un verbale con le correzioni da apportare.

Quanto costa garantire la continuità?

Dipende da quanto fermo puoi tollerare: più il tempo si accorcia, più il costo cresce, e non in modo lineare. Per questo si parte dall'analisi di impatto — serve a evitare di spendere per ridondare processi che potrebbero tranquillamente aspettare un giorno.

È obbligatorio per la NIS2?

Sì, per i soggetti nel perimetro del D.Lgs. 138/2024: la continuità operativa è tra le misure minime dell'art. 21, insieme a backup, disaster recovery e gestione delle crisi, e va documentata. Anche i fornitori di soggetti obbligati se la vedono chiedere per contratto.

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